Ca’ Buttignol
…in arte Gaia

Esistono luoghi che, nel corso del tempo, cambiano la loro funzione originaria, si trasformano in qualcos’altro, mantenendo, però, lo spirito,  l’anima e l’originalità  che sempre li hanno  contraddistinti.

Bed & Breakfast Gaia oggi, casa Buttignol ieri, palazzo Andreetta in un lontano passato, identificano lo stesso luogo, gli stessi spazi che si sono evoluti per rispondere alle diverse esigenze abitative e ricettive.

L’edificio, risalente al XVI sec., fu residenza signorile di proprietà dei nobili Andreetta, possidenti 

terrieri e commercianti,  in una Portobuffolè, allora, centro economico fiorente sorto lungo la ricca asse produttiva del  fiume Livenza.

Al palazzo, la cui facciata di inizio ‘900, è notevolmente abbellita da un rosone, da due graziosi poggioli e da un portico, si affianca una tettoia rustica che durante l’occupazione austriaca del 1917, funse da macello per l’esercito nemico.

Un ampio giardino, un brolo soleggiato, un orto lavorato, una fontana circolare, un lavatoio, sono stati racchiusi da un’alta mura di recinzione e un cancello antico in ferro battuto.

 

Nel 1954, alla morte del nobile Benedetto Andreetta, la casa e le pertinenze passano in proprietà a Teresa Buttignol, “serva” del nobile signore.

Da allora ad oggi, la dimora è stata abitazione di Angelo Buttignol, di professione barbiere, della moglie Natalina, dei figli: Luca, Lisa e Nicola.

Tra queste mura si sono svolte notevoli attività produttive tipiche dell’800, come l’allevamento dei bachi da seta, la raccolta dei prodotti agricoli condotti alla casa padronale dai fittavoli, l’allevamento di animali domestici, la testatura della resa di varietà produttive agricole.

Ma anche, in tempi più recenti, i giochi dei bambini, le capanne costruite tra gli alberi, le feste di compleanno, le altalene dondolanti.

Operosità e accoglienza sincera, sono i valori di cui è intriso questo luogo che ha il privilegio di vivere la storia all’interno di un paese immerso nella quiete e nella pace.

Il Bed & Breakfast Gaia è uno spazio dedicato a tutti coloro che amano i silenzi, l’arte,  la storia, la natura e le tradizioni di un piccolo borgo medievale, uno tra i più belli d’Italia: Portobuffolè…

Benedetto Andreetta
… un nobile d’altri tempi

testo di Francesca Pillon

L’attuale casa Buttignol, in via Rivapiana, era proprietà di Benedetto Andreetta. Le informazioni qui raccolte mi sono state riportate da mia mamma Maria, cugina di Angelo, che bambina, durante la Seconda Guerra Mondiale, ha vissuto in quel palazzo, nipote della “serva” (allora si diceva così), zia Teresina Buttignol.

Benedetto Ernesto NH Andreetta, nacque a Portobuffolè il 24 luglio 1871 dalle seconde nozze di Alberto e Caterina Bitto, di Orsago. Ebbe una sorella, Ida, rimasta vedova dell’ingegner Zazzera di Oderzo e un fratello, Lorenzo, morto a quindici anni il 28 dicembre 1892.

El paron Beneto”, era celibe, possidente terriero, politicamente si considerava un conservatore, uomo colto e generoso, dal carattere dolce, amava la terra e i cavalli. Sperimentava continuamente nuove colture tanto che ordinava dai vivai Van Den Borre di Treviso ogni varietà di mele, frutti vari e viti che metteva a dimora nel suo brolo per testarne la resa; se essa risultava abbondante, egli comperava per i suoi fittavoli le piante che aveva ritenuto maggiormente adatte alla produzione agricola.

Andava a caccia di oche selvatiche, nei Gai, con un fucile calibro 20. In casa sua c’era ogni “ben di Dio”: cani da guardia, animali da cortile, pecore, frutta, uova, acqua in abbondanza, che, stillando da una fontana, alimentava un lavatoio. Comodità assai rara per il tempo.

La sua proprietà era circondata da un’alta mura e da una fitta siepe di piante spinose da difesa. Con un fucile Flobert ad aria compressa si divertiva a tirare colpi ad un bicchiere di ferro, usato per bere alla pompa. In estate soleva distendersi su un’ amaca appesa a due moreri del giardino e leggere il Gazzettino che arrivava da Conegliano con la corriera delle 13.30 e mandava mia mamma, piccolina, a prenderlo direttamente alla fermata, senza aspettare il giro del postino.

In quella nobile casa si allevavano i bachi da seta, i cui semi arrivavano in telaini da Schiratti a Pieve di Soligo con un corriere. La zia Teresina li faceva nascere nei solai della barchessa, in incubatrici, dentro le quali una candela scaldava acqua, la cui temperatura era tenuta sotto controllo da un termometro; quel tepore portava alla schiusa delle uova, dalle quali uscivano i piccoli bachi che con urgenza necessitavano di foglie sminuzzate di gelso.

I cavalieri venivano trasportati con una piuma di tacchino in un cesto e distribuiti ai fittavoli: i Varaschin, i Costalonga, i Moro, nelle campagne di Talmasson, i Pivetta in centro a San Cassiano, in base alla disponibilità di moreri nei vari poderi. Erano tutte oneste e laboriose famiglie. Il suo fattore era Giuseppe Milani, di San Cassiano, fondatore della sagra del vin, che portava notizie al “paròn” una volta a settimana sulla situazione delle sue terre.

Sior Beneto raccomandava ai suoi fittavoli di non allevare conigli perché mangiavano , a suo dire, più di una mucca e rendevano meno in carne; era pur consapevole che le sue richieste erano disattese in quanto la vendita del pelo del coniglio era una preziosa entrata. I raccolti delle sue campagne, venivano interamente condotti nella barchessa e lì divisi con i fituai, in sua presenza.

Nel retro della tettoia di casa Andreetta era ubicato, un singolare rifugio antiaereo, ottenuto sfruttando una vasca sotteranea, usata dagli Austriaci, durante la Prima Guerra Mondiale come scolo da macello. Un maestoso ciliegio rendeva invisibile dall’alto questa buca ricoperta di assi che dopo un violento nubifragio si ricoprì di acqua, diventando impraticabile. El paròn non scese mai in quella sorta di trincea. Ogni domenica mattina i suoi fittavoli gli si recavano in visita e in piedi, in tinello, cappello in mano, lo informavano sull’andamento delle attività agricole.

Nobile d’altri tempi, di sera si recava al bar da Pio per il caffè, il mercoledì attaccava il calesse e andava al mercato ad Oderzo, mangiava da solo cambiando stanza a seconda delle stagioni. Leggeva molto. Questo uomo è degno di memoria per la sua enorme generosità, è sufficiente ricordare che invitava a pranzo, ogni giorno, in tempo di guerra, molti bambini indigenti del paese e periodicamente li pesava sulla bascula per accertarsi che il loro peso aumentasse. Si compiaceva enormemente della loro crescita che annotava nel calendario.

Morì il 28 ottobre 1954 e i suoi fittavoli, a turno, con grande dignità, stima e riconoscenza, vegliarono il feretro, come per la morte di un padre. Padrone e padre hanno una radice etimologica in comune; eccone la tangibilità. In vita, Benedetto, aveva manifestato il desiderio di essere avvolto, da morto, in un lenzuolo, come Gesù. Giovanni Varaschin esaudì il desiderio del suo nobile paròn.